CATANIA. E’ INIZIATO IL PROCESSO PER L’OPERAZIONE IPOGEO

16 imputatx, di cui 5 rischiano Devastazione e saccheggio. 

Il Comune vuole chiedere 1 milione di euro di danni.

Il 17 Maggio del 2025, a Catania, c’è stato un corteo chiamato dalla Rete cittadina che si stava mobilitando contro il Decreto Legge Sicurezza di allora (il fu DDL 1660), il primo di una serie di decreti con il palese intento di potenziare la repressione del dissenso in un’ottica militarista e di aumento delle politiche di guerra. 

Durante il suo percorso il corteo ha lasciato scritte: antifasciste, contro carceri e cpr, in cui si invocava la libertà per tuttx e si ricordavano persone ammazzate dalle forze dell’ordine. Al passaggio sotto le mura del carcere cittadino di Piazza Lanza, il corteo si è espresso in un momento di conflittualità attiva e radicale contro chi, in divisa, aveva deciso che non si potesse portare solidarietà alle persone detenute. Continuando il suo percorso, sono stati sanzionati i citofoni di una villa e le vetrine, contigue, di un b&b e di due catene commerciali. Sanità -possibilità di restare in vita- pagata indebitandosi, turismo che toglie le case, sfruttamento del lavoro e dell’ecosistema, un cordone di polizia che pretendeva censurare la solidarietà allx reclusx. Si tratta di simboli e infrastrutture di una speculazione brutale che non si fa troppi scrupoli a immiserire le vite di noi tuttx e spendere, sulle nostre spalle, quantità vomitevoli di denaro nell’industria della guerra e della repressione. Non è certo stata violenza gratuita e indiscriminata, o non condivisa, come vorrebbero far credere i media e la procura.

In risposta a questo corteo ed alle sue motivazioni è stata montata l’operazione “Ipogeo”. All’alba di un giorno di novembre perquisizioni in assetto da antimafia nelle case di 16 compagnx tra Sicilia e Puglia. Le immagini della temeraria operazione -anche più di una decina di poliziotti per cercare una sola persona- date in pasto al web, accompagnate da una conferenza stampa caratterizzata da loschi contenuti tesi a patologizzare ed isolare le persone inquisite, con il fine ultimo di glorificarsi come paladini dell’ordine costituito contro la tanto millantanta “minaccia eversiva”

Dunque, 3 persone portate in carcere, di cui 2 sono ancora imprigionate e una ai domiciliari. Un processo con diverse imputazioni e accuse che culminano in Devastazione e saccheggio e rapina aggravata, ovvero il rischio di più di dieci anni di carcere per cinque persone. 

E ora? Il processo è iniziato il 10 marzo. Dei proprietari dei “beni danneggiati” nessuno si è costituito come parte civile. Ma c’è un comune, quello di Catania, che chiede un milione di euro di risarcimento di danni. Il costo della pulizia di alcune scritte è quanto era stato inizialmente paventato come spese da risarcire, quantificate in poco più di 2000 euro. In udienza, poi, la richiesta di risarcimento lievita ad un milione. E neanche la pena di comprare la marca da bollo, che è per loro stessa legge necessaria nel “legalizzare” la richiesta. La differenza tra le cifre come si spiega? Il danno di immagine? Quale immagine? L’incompetenza dell’amministrazione è palese, anche nella modalità con cui avanzano le loro pretese di “risarcimento”.

Forse c’entrava la candidatura della città a Capitale Italiana della cultura 2028 con cui sindaco e giunta hanno pensato in questi mesi di attrarre nuovi fondi e turisti. Catania non ha vinto, l’ha fatto Ancona riscattando il premio da un milione di euro. Il comune di Catania dice che i progetti e le iniziative previste verranno portate avanti comunque. Magari con quanto sperano di guadagnare da questo processo? Strane coincidenze di numeri… che dire?!

Resta il fatto che stanno brandizzando la città, l’Etna, il mare e ne fanno merce da profitto per il turismo. Hanno presentato questa candidatura sostenendo che sarebbe servita a rafforzare il “diritto alla città” di tuttx lx catanesi. Stavano forse pensando a coloro senza ospedali e consultori? Con le scuole che crollano in testa e che per questo vengono chiuse a ogni pioggia? Che vivono tra la spazzatura non raccolta e respirano le polveri tossiche dell’Etna quando questa erutta perché il comune, invece di levarle in modo sicuro, le sparge in aria?

Intanto l’auditorium delle Ciminiere è stato lasciato andare a fuoco fino all’ultima pietra. Intanto sull’Etna l’accesso ai crateri silvestri è diventato a pagamento. Così come stanno sottraendo allx abitantx l’accesso al mare: il porticciolo di Ognina viene dato in mano ad un’azienda che ne farà un porto turistico privato, l’amata camminata sul pontile del porto principale di Catania è vietata, perché di fatto al porto ci può stare solo chi ha una barca, lavora per Frontex, o scende da una nave da crociera. O si hanno i soldi e si consuma, o ai posti non si accede. La città, la cui bellezza questa estate il sindaco esaltava da un suo account social tenendo a specificare che Catania non è “puttana che si mette in mostra per essere violata”. Chissà che pregiudizi su chi esercita lavoro sessuale hanno portato ad immaginare tale metafora, certa è la grave banalizzazione della violenza sessuale che ne emerge. Quanta cultura in quest’amministrazione! Patriarcale e violenta. 

Per la seconda volta si prova ad affibbiare per un Corteo in Sicilia il reato di devastazione e saccheggio, introdotto dal fascismo di Mussolini. ( La prima volta risale agli anni’60, per un corteo  a Palermo, ultimamente, nei CPR di tutta Italia). Devastazione e saccheggio, con pene che ora vanno dagli 11 ai 15 anni di carcere, è un reato pensato da una dittatura.

Le parole del procuratore di Catania, durante la conferenza stampa il giorno degli arresti, non lasciavano spazio all’immaginazione. “E’ in discussione la possibilità di devastare e saccheggiare intere città”, tuonava. 

La vastità della “devastazione” e del “saccheggio” che si immaginavano con questo reato era appunto quella di città intere, durante un contesto di guerra civile: neanche il fascismo di Mussolini l’ha davvero usato questo reato. E lo stato “democratico” non ha osato applicarlo neanche negli anni 1970, quando la conflittualità sociale di piazza era molto pù diffusa e di altra portata.

La ratio della “devastazione e saccheggio” si fonda su una generica “opinione e senso di tranquillità e sicurezza” della comunità. Ma dove è l’insicurezza? Chi la genera? Chi davvero rende insicurx in questo paese coloro che ci abitano?

Che dire della frana di Niscemi e delle responsabilità delle istituzioni? Mille e cinquecento persone che si ritrovano ora sfollate – come se non bastasse l’essere da più quindicianni costantemente messe in pericolo dalla presenza del MUOS dell’esercito statunitense-. Che dire della presenza di Sigonella e degli avamposti Nato a Trapani e ad Augusta, fin troppo scontati obiettivi nello svolazzare di missili internazionali, che mettono tuttx in pericolo di vita ogni giorno di guerra in più? E la messa sotto scacco di intere comunità per lo spassoso gioco della guerra come nei numerosi territori anche della Sicilia ove spassano elicotteri, come sulle Madonie, si fanno esercitazioni al largo delle coste, si tenta l’installazione di poligoni? E la presenza di frontiere sempre più saldate ed un mare, il Mediterraneo, reso ormai una grande fossa comune? E il perenne avviso di sfratto che pende sulle comunità che abitano lo Stretto a causa di una sempre imminente cantierizzazione del ponte? Tutto ciò non mette tuttx concretamente ed indiscriminatamente in pericolo? È proprio vero, “qui chi non terrorizza si ammala di terrore”… 

Dunque, il reato di devastazione prevede che sia stata messa in pericolo la cittadinanza. Certamente, a qualche appassionatx di riprese col telefonino quel giorno di maggio 2025 sono arrivate delle grida che dicevano di smettere di riprendere. Tutto molto legittimo vista la strumentalizzazione che viene fatta delle immagini in questi tempi. E meno male che ancora, in questa epoca di sovraesposizione di sè e deglx altrx, c’è qualcunx che resiste a dare come merce alle piattaforme dati, volti, vissuti. 

Basta questo per dire che si è compromessa la sicura convivenza collettiva? 

Che vi sono state “devastazioni vaste, indiscriminate, profonde”? 

Alcunx hanno parlato anche di una ipotetica messa in pericolo, quel giorno, delle persone detenute nel carcere di Piazza Lanza. Ma è stata la polizia politica che ha deciso che quel giorno non si dovesse andare a portare solidarietà, vicinanza, voci, suoni e calore alle persone detenute uomini, donne e trans. Chi e cosa mette in pericolo lx detenutx? Persone recluse in sovraffollamento, in celle dove vengono isolate dal resto del mondo, esposte a violenza di genere, esposte costantemente al rischio di morire; ad esempio, come quando i blindi delle celle non vengono aperti ed una persona che non ce la fa più a vivere dentro una gabbia, come può, cerca di evadere dalla tortura, magari dandosi fuoco. Questo e molto altro ancora è “l’ordine democratico” che ha vacillato per un’istante quel giorno di maggio.  

La domanda è ancora la stessa allora: chi mette in pericolo chi?

Tentano e tenteranno -come hanno già fatto- di demonizzare il “blocco nero” con la retorica di salvaguardare un ipotetico diritto di manifestare pacificamente. Di costruire degli infiltrati. Ma in quel corteo si era tuttx insieme, e si è arrivatx tuttx insieme alla fine. Non c’erano e non ci sono manifestanti da salvaguardare tramite un’azione penale che dividerebbe “buoni” da “cattivi”, punendo i secondi per un teorico bene dei primi. Ancora di più in questi tempi, in cui lo stato lavora incessantemente per impedire ogni manifestazione, in cui chiunque sia contro un mondo cosparso di guerra può essere consideratx “minaccia interna”, non si può cedere alla retorica secondo cui questo tipo di operazioni repressive sono fatte in tutela del “democratico diritto al dissenso”. 

E’ da Genova 2001 che in Italia lo stato, nelle sue molteplici vesti, propone questa narrazione per giustificare la sua violenza. Genova 2001: Carlo Giuliani ammazzato, la mattanza della caserma Bolzaneto e della scuola Diaz, chiunque fosse in strada manganellatx a sangue. E prima ancora Napoli 2001: un’altra mattanza in strada, senza neanche che il “blocco nero” apparisse, e la caserma Raniero e la sua camera delle torture. Allora, la violenza da dove viene? Lo stato, si dice, deve averne il monopolio. La vuole assoluta e vuole restare impunito. E allora sì, diventano nemicx da seppellire in carcere chiunque tenta di restituirgli un po’ della loro paura. Ma chi gira in strada e non sa se tornerà a casa, come è successo ad Aldrovandi, Cucchi, Ramy, Ousmane, Abderrahim, chiunque non biancx, che pensate che a un certo punto faccia? Chi non vuole morire di guerra, di assenza di cure, di povertà, di sfruttamento, che pensate a un certo punto faccia? Che, per una volta, la fuga sia delle forze dell’ordine.

Le violenze, gli stupri, le percosse, gli omicidi da parte di persone dello stato (polizia, carabinieri, guardie carcerarie, vigili urbani, politici) riescono difficilmente a divenire pubbliche, eppure sono così tante che non possiamo elencarle qui. E anche una sarebbe già troppo. 

E poi, sì! Bisogna guardare come c’entri il territorio e la sua storia: la Sicilia, il sud. Se si solleva e insorge fa più paura a stato e capitale. Se prende forza, come nell’insurrezione antimilitarista del “Non si parte”, come contro i missili nucleari NATO a Comiso, vince. 

Ci sono troppi motivi per esplodere tra impoverimento, industrie tossiche, assenza di cure sanitarie, basi militari statunitensi, ecomostri (tra cui il ponte sullo Stretto), criminalizzazione di chi abita nei quartieri popolari, sfruttamento spietato nelle campagne, decine di strutture detentive. Forse per questo le questure e le procure qui si stanno dimostrando più realiste del re e puniscono con misure preventive di polizia più dei loro colleghi al nord, che seppur incattiviti, non agiscono con cotanta protervia. Non si invoca certo una maggiore stretta per contesti altri, ma va rilevato che per accuse e situazioni simili, in altre città le persone inquisite siano in questo momento “a piede libero” (e ci si augura presto del tutto fuori dalla morsa dei tribunali), mentre nel caso dell’operazione Ipogeo -ma anche nella precedente operazione relativa al carnevale No ponte dello scorso marzo- le persone inquisite sono state raggiunte da misure cautelari parecchio severe, con carcerazioni e detenzioni domiciliari. Viene da domandarsi cosa determini questo tipo di reattività da queste parti dello stivale.. 

A Catania, se provi a bloccare l’accesso di un porto come successo il settembre scorso per la Palestina, senza neanche che ci siano degli scontri piovono obblighi di firma giornalieri oltre le denunce. Se blocchi un binario della stazione mentre c’è un genocidio in corso e l’Italia ne è complice, come successo in ottobre, arrivano migliaia di euro di multa oltre alle denunce. E se vai a un corteo e ci stai in modo radicale e non di/mostri pentimento resti in carcere ancora prima di un processo. O vieni mandatx via dalla città per 4 anni (12 fogli di via e 4 avvisi orali hanno già colpito chi è imputatx per questo corteo). Eppure, questi blocchi si sono dati con la Palestina e contro la guerra. Ed è stato tolto dalla normalizzazione quotidiana e reso visibile come quel luogo infame che è il carcere di Piazza Lanza, ovvero un luogo -tra gli altri- dove chi governa vuole rinchiudere sempre più persone. Chi è poverx e magari non biancx su tuttx, perché a volte ci si dimentica che il carcere è anche la soluzione statale del “problema” della povertà, arma dell’oppressione di classe, di genere e di razza. Se proprio li si vuole distinguere. 

Hanno paura. Facciamo paura. È questa la nostra forza. 

LA RESISTENZA è FATTA DI SOLIDARIETÀ E SORRISI.

Contro ogni gabbia.

Tuttx liberx!

Per scrivere allx imputatx in carcere:

    Gabriele Maria Venturi

    C/o Casa circondariale

    Via Appia, 131

    72100, Brindisi (BR)

    Luigi Calogero Bertolani

    C/o Casa circondariale

    Piazza Lanza, 11

    95123, Catania (CT)

Per contribuire alle spese legali scrivere a:

    CASSA ANTICARCERARIA VUMSEC

    vumsec@canaglie.net

Catania, è iniziato il processo per l’Operazione Ipogeo