|I|7 maggio a Bari si festeggia San Nicola, 3 giorni di festa popolare che commemorano
devastazione e saccheggio di Myra in Turchia, mimando l’atto finale della trafugazione
delle reliquie del santo con una parata che esalta il ritorno degli eroici autori. Gli stati, ieri
come oggi, compiono devastazioni e saccheggi, cambiano le proporzioni e cambiano i
linguaggi, ma guerre e conflitti si traducono in appropriazione di risorse e teritori di altri
stati. Ciò che è violenza materiale viene poi rielaborata come necessità politica,
sicurezza, interesse nazionale, venendo normalizzata e addirittura celebrata.
Il reato di devastazione e saccheggio ha origine da una norma contenuta all’interno del
Codice Zanardelli (1889). Con il codice fascista Rocco, questa viene scissa in due
articoli del Codice Penale: Il’art.285 che pone l’accento su devastazione, saccheggio e
strage e ha “scopo di attentare alla sicurezza dello Stato”; e l’art.419 che tutela l’ordine
pubblico attraverso la difesa della proprietà privata. Il primo, considerato uno dei reati
più gravi del Codice, prevedeva la pena di morte, commutata poi in ergastolo con
l’arivo della Repubblica. Le sue applicazioni e i suoi tentativi di applicazione
ripercorrono la storia del paese attraverso le bombe e gli attentati della Strategia della
Tensione prima e per puntellare il cosiddetto accordo Stato-Mafia dopo. Il secondo,
protagonista di questo scritto, trasla l’obiettivo da proteggere: non più la sicurezza dello
Stato ma l’ordine pubblico, mantenendo una forte severità della pena (dagli 8 ai 15 anni).
Vaghezza e aleatorietà del reato si prestano alla discrezionalità decisionale su quando
configurare ripetuti danneggiamenti nello spazio e nel tempo come devastazione e
saccheggio, tanto da essere usato in periodi recenti in diversi contesti, sia in funzione
anti-ultras sia all’interno dei centri di reclusione per migranti.
Ed è il suo utilizzo nel passato che aiutaa delineare meglio la sua funzione. Infatti è
evidente come il reato sia rimasto chiuso in un cassetto dagli anni ’60 fino al ’98, quindi
proprio nel momento in cui il conflitto sociale era nelle sue fasi più intense. Siamo
d’accordo con chi sostiene che questo sia stato reso possibile grazie a pratiche ad alta
conflittualità estese e condivise anche al di fuori delle nicchie della lotta politica, ed
infatti il suo ritorno sulle scene coincide perfettamente con il contesto di disgregazione
sociale odierna. E quindi possibile affermare che, quanto meno le pratiche sono
sostenute e diffuse, più il reato aderisce a una funzione controinsurrezionale,
mantenendo la sua funzione di deterrenza e punendo la possibile efficacia dei
comportamenti radicali, dunque inibendo di fatto il conflitto.
Seppur mantenendo una dimensione formalmente giuridica, assume sempre di più una
funzione politica, che conclude la sua parabola nel 2006 con l’inserimento del concorso
morale. Esso rende l’accusa potenzialmente estendibile a a chiunque si trovi fisicamente
nei pressi dell’ipotizzata devastazione, spostando l’attenzione dalle condotte alle
intenzioni e al contesto, rendendo più facile colpire gruppi ampi e indistinti.
La Sicilia, da sempre strategicamente importante sia nel settore militare che in quello
economico, ha vissuto per certi versi un contesto di pacificazione sociale, favorito dalla
migrazione e dallo stritolamento della società all’interno di un’imprenditorialità armata e
di un doppio Stato, ha avuto poco terreno per sviluppare grandi liveli di conflittualità
sociale e un’importante storia militante. In questo contesto, la funzione
controinsurrezionale delle misure preventive e dei provvedimenti di tutela dell’ordine
pubblico assume un’incidenza ancora più precisa, andando a colpire movimenti e/o
mobilitazioni più fragili e meno radicati in un territorio socialmente disgregato e percorso
da diversi e forti interessi che ne frammentano il tessuto sociale.
Nel rinnovato spirito bellico europe0, sembra consolidato che non debba esserci spazio
per alcuna opposizione e che questa debba essere trattata alla stregua di una quinta
colonna da debellare per proteggere le infrastrutture strategiche dell’isola. L’accusa di
devastazione e saccheggio verso un corteo (quello del 17 maggio 2025 a Catania)
organizzato da una rete antirepressiva variegata ed eterogenea assume qui i tratti
esemplari di una repressione che colpisce più duramente l’intera isola per arrestare il
possibile contaminarsi di pratiche conflittuali di lotte con una più ampia base di
consenso e una potenzialità radicale come le proteste contro il Ponte sullo Stretto o
contro le infrastrutture militari (MUOS, Sigonella, Birgi). Infatti, annientare la solidarietà e
indebolire le proteste per renderle innocue testimonianze d’opinione, impedire il
consolidarsi di alleanze solidali in terreni di lotta critici, come quello della lotta
anticarceraria, trovano in Sicilia un territorio strategico per via della presenza di 25 istituti
di reclusione, inclusi 2 CPR, che concentrano un numero significativo di persone
sottoposte a isolanmento, privazioni e controlli. Ogni spazio di lotta che potrebbe
diventare un nodo di resistenza solida viene cosi attaccato, frantumato e trasformato in
un atto solitario.
Le inchieste nate dai cortei in sostegno ad Alfredo durante i mesi di sciopero della fame
dimostrano che il reato di devastazione e saccheggio assolve il compito di cercare di
spezzare e frazionare la solidarietà verso chi lotta, creando lo spauracchio che qualsiasi
corteo, neanche per forza troppo movimentato, possa comportare anni di condanne. Le
ultime aggiunte del Decreto Sicurezza, utili a cercare di neutralizzare ogni forma di
dissenso, rafforzano I’idea che gli spazi di libertà e di lotta vanno conquistati e difesi
metro dopo metro, consapevoli dei rischi. Non possiamo pensare di avere paura all’idea
di lasciare dei fiori per dei compagni caduti o di scendere in piazza al fianco di chỉ mette
in gioco la propria vita per la libertà.
E soprattutto in quest’ottica che la solidarietà emerge come unico strumento che
impedisce al potere di sopraffare ogni forma di dissenso. Ogni repressione, ogni
prigione, ogni minaccia non fa che consolidare l’urgenza di unirsi e non lasciare nessunx
indietro. Emerge quindi la necessità di dotarsi di nuovi arnesi, di rielaborare e adattare
quelli già esistenti, trasformando pratiche e strategie per renderle più efficaci di fronte
alla repressione. Significa ripensare il modo in cui ci si organizza e si tessono reti di
solidarietà per rafforzare ogni possibilità di lotta domani.